Gerarchia:
Da: Vasari Girolamo (Pesaro)
A: Ricciardi Ludovico : di Giovan Battista (Firenze)
Tipologia: lettera
Data: 1635-04-14
Contenuto: Girolamo Vasari avvisa Ludovico Ricciardi che gli invierà nuovamente la copia della lettera che lo stesso gli ha scritto in merito alla questione di [Giovanni Maria] Viviani. Il V. stima che il debito del Viviani superi i 38.000 scudi e che aumenterà piuttosto che diminuire, nonostante gli interessati ne chiedano una revisione. Gli [impiegati dello Scrittoio] infatti stanno trovando delle ricevute che il Viviani non ha registrato a suo debito. Inoltre i revisori dei conti non hanno ritenuto valide alcune "bullette" che questi pretende gli vengano abbonate e che invece pensano che siano da addebitargli. Il V. ha saputo che i Viviani vogliono pagare subito 5.000 scudi in moneta d’Urbino e cedere il loro monte dei debitori, del valore di 15.000 scudi, fra i quali è compreso [Gaspare] Mattei, non inserito nella nota per rispetto della persona e del ruolo. Sia quindi che i crediti da esigere risultino di 15.000 scudi come dicono i Viviani, o arrivino a 12.000, come sostengono i loro debitori, l’esazione sarà comunque più difficile di quanto essi affermano. Il V. riferisce poi che Giovanni Maria e i figli hanno dimostrato che alcuni beni immobili, tra cui la casa grande di Urbino e quattro poderi, di cui specifica l’ubicazione, sono sottoposti a fedecommesso, e hanno una stima di 13.500. A questi si devono aggiungere 2.250 scudi relativi alla dote della moglie del Viviani. Il valore dei beni inalienabili raggiunge quindi nel complesso 15.750 scudi, cosicché il V. suggerisce di venire ad un accordo: detratti i beni dotali e fedecommessi, i Viviani dovranno pagare 500 scudi annui, obbligandosi "in solidum" dal momento che non trovano garanti, e qualora saltino una rata nei tempi fissati questa sia computata come raddoppiata. Così il V. ritiene che [Ferdinando II de’ Medici] verrà rimborsato del suo credito, anche se in un certo lasso di tempo. Nel caso invece in cui si procedesse per via giudiziaria, non si arriverebbe a niente, "non se ne caverebbe come si dice del sacco le corde", tanto più che manca denaro circolante su piazza. L’ammanco causato dal Viviani in qualità di tesoriere non è peraltro dovuto a dolo, ma a trascuratezza in quanto egli lasciava ai suoi dipendenti, e finanche ai figli, la chiave del forziere, nonché la facoltà di riscuotere e di pagare. Costoro poi amministravano male gli affari, procrastinandone la soluzione sistematicamente nel tempo, eccetto il canonico [Pier Antonio] che appare il più innocente di tutti. Osserva che il Viviani e i suoi figli "hanno il Principe nel capo", e che lo stesso Giovanni Maria non smette di vantarsi dei propri trascorsi neppure adesso che è in prigione e si trova in miseria, cosa di cui non dimostra affatto consapevolezza. Comunque, anche in questo caso si rimette alle decisioni del granduca Ferdinando II.
Segnatura: AV, 16 (50), cc. 118v-119v
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